Punta Calamizzi

Punta Calamizzi — Commento al sonetto di Massimo Pasquale Cogliandro

Punta Calamizzi

Commento al sonetto di Massimo Pasquale Cogliandro

Reggio di Calabria – Lido di Calamizzi, 27 agosto 2026

Introduzione

Punta Calamizzi è un sonetto di forte densità storico-spirituale, nel quale un preciso luogo della costa reggina diventa il punto d’incontro di natura, mondo classico, cristianesimo, monachesimo e medicina.

Il procedimento fondamentale della poesia è quello della stratificazione: sotto il paesaggio presente il poeta cerca le civiltà scomparse, sotto il monumento cerca la memoria religiosa, e sotto la pratica medica cerca infine una concezione più alta dell’uomo.

Il sonetto non è quindi semplicemente celebrativo. È una poesia della memoria archeologica e della trasfigurazione spirituale del luogo. Punta Calamizzi viene immaginata come uno spazio nel quale diverse epoche continuano idealmente a dialogare.

Il titolo

Il titolo, Punta Calamizzi, ha una funzione quasi epigrafica. È il nome concreto di un luogo, ma posto da solo, in apertura, assume il valore di un’intestazione monumentale. Il poeta sembra quasi incidere il nome della località sulla pagina, come se la poesia dovesse diventare una nuova iscrizione capace di conservare ciò che il tempo potrebbe cancellare.

Il luogo geografico diventa così un luogo della memoria.

Il mare di Apollo

Il sonetto si apre con un’immagine luminosa:

«Mare dorato dai raggi d’Apollo,»

È un incipit fortemente classicheggiante. Il mare non è semplicemente illuminato dal sole: è investito dai raggi di Apollo.

Apollo introduce immediatamente i valori della luce, dell’armonia, della bellezza e della conoscenza. Il mare dorato è dunque anche un mare della memoria: la luce permette al poeta di vedere, almeno spiritualmente, ciò che il tempo ha nascosto.

Il verbo «celi» del verso successivo introduce però una contraddizione fondamentale:

«celi i segreti d’un porto vetusto,»

Il mare illumina, ma contemporaneamente nasconde.

Questa è una delle idee portanti del sonetto: la realtà visibile custodisce una realtà invisibile. Il mare moderno nasconde il porto antico; il paesaggio presente contiene il passato.

Artemide e il porto antico

La terza immagine è quella di Artemide:

«d’Artemide il prisco tempio augusto,»

La presenza di Artemide amplia la dimensione classica. Se Apollo introduce la luce, Artemide introduce la dimensione sacrale della natura, della caccia e del mondo selvatico.

L’aggettivo «prisco» sottolinea l’estrema antichità del tempio, mentre «augusto» gli conferisce maestà. La parola augusto possiede inoltre una risonanza romana: non indica soltanto qualcosa di venerabile, ma richiama indirettamente la cultura imperiale romana. In un solo verso si incontrano quindi il mondo greco e quello romano.

San Paolo: la trasformazione del luogo

Con:

«di San Paolo tribuna pel volgo.»

si verifica una svolta fondamentale.

Il luogo pagano e classico viene reinterpretato attraverso il cristianesimo. Il tempio e il porto non sono più soltanto testimonianze di un passato precristiano: lo spazio viene ora associato alla predicazione cristiana.

La parola «tribuna» è particolarmente significativa perché introduce l’idea della parola pronunciata davanti alla comunità. San Paolo diventa la figura che trasforma uno spazio antico in luogo di annuncio.

La prima quartina realizza dunque una sequenza:

Apollo → Artemide → San Paolo.

È una successione che non deve essere letta necessariamente come una cancellazione del mondo precedente, ma come una stratificazione religiosa del territorio.

Il monastero e la carità

La seconda quartina sposta il centro della poesia dall’archeologia alla cura dell’uomo:

«Il divino amore, pio monastero
a malati e miseri consacrato,»

Qui compare uno dei nuclei etici più importanti del componimento.

Il monastero è caratterizzato innanzitutto dal «divino amore», e subito dopo questo amore viene tradotto in azione concreta: assistenza a «malati e miseri».

Il sacro non rimane quindi astratto. Si manifesta attraverso la cura.

Questo passaggio è essenziale perché prepara la successiva connessione fra monachesimo e medicina.

La medicina come vocazione

«eretto volle in loco tanto amato,
all’arte medica votato, austero.»

Il monastero viene presentato come uno spazio consacrato alla medicina. L’espressione «votato» è particolarmente felice perché mantiene il linguaggio religioso anche quando entra nel campo medico.

La medicina diventa quasi una vocazione sacra.

L’aggettivo «austero» completa il quadro: non abbiamo una medicina intesa come semplice tecnica, ma una medicina inserita in una disciplina spirituale, caratterizzata da rigore e servizio.

La seconda quartina costituisce quindi il ponte tra il sacro e il medico.

La «noetica Sapienza»

La prima terzina introduce il concetto forse più intellettualmente ambizioso:

«Gl’arcani di noetica Sapienza,»

La Sapienza medica Chinese è definita noetica perché era ricondotta dai missionari a Fu Xi, il primo imperatore cinese identificato con uno dei nipoti di Noè, che gli avrebbe trasmesso la conoscenza della Medicina.

Il termine «noetica», in un secondo livello di significati, viene ricondotto all’area semantica del nous, l’intelletto, la facoltà conoscitiva profonda. Non si tratta dunque semplicemente di sapere empirico. In questa seconda prospettiva, la Sapienza è definita «noetica» perché riguarda una conoscenza interiore e contemplativa.

L’iniziale maiuscola di Sapienza le conferisce inoltre un carattere quasi personificato e trascendente.

La medicina che segue non è quindi separata dalla filosofia della conoscenza: è parte di una ricerca più vasta sull’uomo.

Il monaco Mercurio e la Cina

Il verso:

«qui dalla China ‘l monaco Mercurio»

introduce l’elemento più inatteso del sonetto: l’Oriente.

La China appare come luogo di provenienza di una sapienza medica che entra nello spazio monastico calabrese. Il monaco Mercurio diventa così una figura di mediazione fra Oriente e Occidente.

All’interno della costruzione poetica, la sua figura ha quasi un valore archetipico: il monaco non è chiuso nel proprio universo culturale, ma diventa portatore di una conoscenza proveniente da una civiltà lontana.

Calamizzi viene quindi trasformata poeticamente in un crocevia mediterraneo e transcontinentale.

Il polso come linguaggio del corpo

«del Polso praticò l’antica Scienza.»

La maiuscola di «Polso» è significativa.

Il polso diventa il luogo nel quale il corpo manifesta la propria condizione. La medicina del polso viene elevata da semplice procedura diagnostica a «antica Scienza».

Il corpo diventa quindi un testo da interpretare.

Questo si collega perfettamente alla parola «arcani»: tanto il territorio nasconde segreti sotto il mare, quanto il corpo nasconde i propri segreti nel segno del polso.

C’è dunque una sorprendente analogia strutturale:

  • il mare cela il porto;
  • il corpo cela la malattia;
  • il medico interpreta il segno.

San Cipriano da Calamizzi

La seconda terzina presenta il personaggio conclusivo:

«San Cipriano da Calamizzi Abate,»

Con San Cipriano la memoria del luogo assume un volto umano.

Il titolo di Abate lo colloca pienamente nella dimensione monastica; ma il verso successivo amplia immediatamente la sua funzione:

«del corpo e del Core jatromonaco,»

Il termine «jatromonaco» è uno dei più originali dell’intero componimento. La sua costruzione richiama il greco iatros, «medico», unito a «monaco».

La parola condensa quindi due vocazioni:

  • medico del corpo;
  • uomo consacrato.

Ma il poeta non si ferma al corpo: introduce il «Core» con la maiuscola.

La vera cura deve riguardare pertanto entrambe le dimensioni dell’essere umano.

Corpo e Core

Questa coppia è forse il centro filosofico del sonetto:

«del corpo e del Core»

Il minuscolo e il maiuscolo creano una distinzione simbolica.

Il corpo appartiene alla dimensione biologica e medica.

Il Core appartiene invece alla dimensione interiore, affettiva e spirituale.

Il jatromonaco è colui che può attraversare entrambe.

La medicina perfetta, nella prospettiva poetica, non si limita dunque a eliminare una sofferenza fisica: deve ricomporre l’uomo nella sua interezza.

Il Vate dell’Amore

Il sonetto termina:

«d’Amore e Carità divenne ‘l Vate.»

È una conclusione molto significativa.

Il termine «Vate» appartiene alla tradizione poetica classica e indica il poeta-profeta, colui che pronuncia una parola dotata di autorevolezza quasi sacrale.

La parola finale non è «medicina», né «Sapienza», né «monaco»: è «Vate».

Il percorso si completa quindi attraverso la poesia stessa.

San Cipriano diventa il Vate di Amore e Carità, mentre il poeta contemporaneo diventa colui che ne conserva la memoria.

Si crea così una sorta di passaggio di testimone: il santo-monaco-medico parla attraverso il luogo e il poeta lo fa nuovamente parlare attraverso il sonetto.

La struttura metrica e formale

Il componimento è un sonetto di quattordici endecasillabi, articolato nelle canoniche due quartine e due terzine. La struttura delle rime è:

ABBA ABBA CDC EFE

con le quartine caratterizzate dalle rime Apollo/volgo, vetusto/augusto, monastero/austero, consacrato/amato, e le terzine organizzate intorno alle coppie Sapienza/Scienza e Abate/Vate.

La costruzione è quindi molto classica, coerente con la materia trattata.

Particolarmente interessante è il passaggio dalla narrazione descrittiva delle quartine alla maggiore concentrazione concettuale delle terzine. Il sonetto segue così una progressione naturale: luogo → storia → istituzione → Sapienza → personificazione della Sapienza → Amore.

Le figure retoriche

La poesia è ricca di inversioni sintattiche e di forme arcaizzanti. Espressioni come «d’Artemide il prisco tempio», «d’un porto vetusto», «Gl’arcani di noetica Sapienza» e «d’Amore e Carità divenne ‘l Vate» conferiscono al testo una lingua volutamente solenne.

Sono frequenti anche le personificazioni: il mare «cela», la Sapienza assume una consistenza quasi concreta e il luogo stesso sembra diventare depositario della memoria.

L’antitesi più importante è quella fra visibile e invisibile: il mare è presente, ma sotto di esso esistono i segreti; il monastero è materia, ma custodisce il divino; il polso è un segno fisico, ma rimanda a una conoscenza più profonda.

La dimensione apollineo-dionisiaca

In chiave apollineo-dionisiaca il sonetto presenta una progressiva trasformazione.

L’elemento apollineo domina l’inizio: Apollo, il tempio, l’ordine, l’armonia, la luce dorata e la misura della forma classica.

Il dionisiaco emerge invece nella profondità del mare, negli «arcani», nella malattia, nel corpo e nella dimensione misteriosa della natura.

Ma la poesia non lascia questi due principi in conflitto. Li ricompone nella Sapienza, e infine nell’Amore.

La luce apollinea dell’inizio diventa quindi, al termine, la luce spirituale della Carità.

La dimensione alchemica

È possibile leggere anche una trasformazione simbolicamente alchemica.

All’inizio abbiamo la materia: mare, porto, tempio, monastero.

Poi emerge la conoscenza degli arcani.

Successivamente il corpo viene interpretato attraverso il Polso.

Infine la materia viene spiritualizzata attraverso il Core, l’Amore e la Carità.

Il percorso è dunque:

materia → conoscenza → cura → trasfigurazione spirituale.

Lo jatromonaco è la figura nella quale questa trasformazione trova la sua sintesi.

La dimensione bizantina e mediterranea

La poesia, pur essendo ambientata a Reggio Calabria, possiede una forte struttura mediterranea e orientale.

Apollo e Artemide rappresentano l’eredità greca; San Paolo e il monastero introducono il cristianesimo; il monaco Mercurio e la Cina aprono verso l’Oriente; San Cipriano riunisce infine medicina e monachesimo.

Calamizzi viene così immaginata come un luogo nel quale Oriente e Occidente si incontrano attraverso la medicina e la fede.

È una concezione profondamente coerente con l’idea del Mediterraneo come spazio di passaggio e contaminazione culturale.

Il simbolismo complessivo

Il simbolismo della poesia può essere sintetizzato attraverso quattro elementi fondamentali.

  • Il mare è la memoria nascosta.
  • Il monastero è la carità resa istituzione.
  • Il polso è il segno attraverso il quale il corpo parla.
  • Il Core è il luogo nel quale la cura fisica diventa cura spirituale.

Da qui si comprende la vera funzione del titolo. Punta Calamizzi non indica soltanto un lembo di costa: diventa il nome di un luogo-simbolo, nel quale la storia dell’uomo viene letta come una progressiva ricerca della Sapienza.

Interpretazione finale

Il sonetto compie un viaggio che parte dalla luce di Apollo e arriva alla Carità.

Il mare conserva la memoria di un porto; il tempio ricorda il mondo classico; San Paolo introduce la parola cristiana; il monastero trasforma la fede in cura; la Cina introduce una sapienza medica orientale; il Polso diventa il linguaggio del corpo; San Cipriano unisce medicina e monachesimo; infine Amore e Carità trasformano la conoscenza in vocazione spirituale.

Per questo il vero tema della poesia non è semplicemente la storia di Punta Calamizzi, ma la continuità della Sapienza attraverso le civiltà.

La sua idea fondamentale potrebbe essere formulata così: le civiltà cambiano, i templi scompaiono, le conoscenze attraversano i mari e le epoche, ma la cura dell’uomo rimane una delle forme più alte dell’Amore.

E il verso conclusivo ne costituisce il sigillo:

«d’Amore e Carità divenne ‘l Vate.»

La poesia finisce dunque là dove la medicina, la religione e la poesia stessa si incontrano: nella cura dell’uomo attraverso la Sapienza e nell’elevazione della Sapienza a Carità.

— Fine del commento —